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Quando scrissi il mio precedente post su 2001: Odissea nello spazio, mi ritrovai a dover combattere contro me stessa al fine di non andare fuori tema e parlare di quanto amassi i continui riferimenti al film da parte di un’opera per la quale mai smetterò di professare la mia adorazione, al punto tale da risultare spesso e volentieri monotona agli occhi (e alle orecchie) del mio prossimo: parlo di Neon Genesis Evangelion, il frutto della mente di Hideaki Anno che vide la luce negli ultimi anni del XX secolo. Neon Genesis Evangelion è un anime e, pur non essendo dunque “con attori in carne e ossa”, merita comunque tutto il rispetto che compete a qualcosa che è stato concepito, a mio avviso, sulle stesse note dei lavori di Kubrick e di Lynch, ossia sulla potenza delle immagini prima ancora che della storia in sé (senza nulla togliere alla grandezza della stessa): niente, in Evangelion, è inserito per caso, tutto ciò che il nostro occhio riesce a cogliere è perfettamente incastrato in quella che appare essere una vera e propria sinfonia; aggiungendo, poi, una trama di notevole spessore, la soddisfazione –almeno per la sottoscritta- è garantita.

Perché mi piace Neon Genesis Evangelion?

Innanzitutto, perché è uno spettacolo visivo e comunicativo straordinario. Quando certe immagini, certi accostamenti sonori, certe inquadrature rimangono impressi fino a diventare quasi un’icona, non si può fare altro che ritrovarsi consapevoli di essere di fronte a qualcosa di eccezionale, intendendo per “eccezionale” ciò che fa l’eccezione, la differenza; poco importa se il tutto infine risulterà essere di gradimento o meno (esistono persone alle quali non piace Evangelion e, per quanto mi possa sembrare assurdo dalla mia posizione di grande estimatrice, sono consapevole di come sia perfettamente normale!), ha comunque colpito qualcosa. Questo non è solo più che sufficiente, è molto di più, dacché è avvenuta la comunicazione.

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Ciò che ritroviamo in ventisei episodi ed un film conclusivo cinematografico è un futuro (almeno, ai tempi l’anno 2015 era considerato tale!) di elevato sviluppo scientifico-tecnologico che fa da sfondo ad una guerra per la sopravvivenza tra la razza umana ed una specie “aliena”, gli Angeli,  combattuta per mezzo delle macchine umanoidi, gli Evangelion, costruiti ad hoc dagli uomini. Detto così, il tutto non si presenta poi così diverso da una normale science-fiction, eppure ancora oggi non riesco a ritrovare niente di tanto innovativo quanto è stato Evangelion: non elencherò ciò che in realtà sta dietro questa futuristica lotta, non parlerò delle organizzazioni segrete, dell’utilizzo di riferimenti religiosi/scientifici/filosofici (tra i quali quelli, appunto, legati a 2001: Odissea nello spazio!) e dei colpi di scena in nome di un intreccio che ha qualcosa di incredibile, poiché sarà compito dello spettatore impossessarsene, riscoprendo un continuo alone di mistero che fa di se stesso l’anello mancante tra un alternarsi di scienza, metafisica –viene addirittura introdotta nel contesto una nuova disciplina, la metabiologia- e psicologia che mai fa una piega.

A prima vista, parlare della trama può apparire difficile, eppure, tutto sommato, lo sfondo narrativo è sì sorprendente ed incredibilmente articolato ma anche abbastanza accessibile se si pone la giusta attenzione ai dettagli: per tale motivo, si sente sempre l’esigenza di rivedere la serie ed il film più di una volta, al fine di afferrare ciò che era sfuggito ad una prima visione; vi saranno, in ogni caso, alcuni tasselli che mai saranno svelati del tutto, lasciando la loro essenza all’interpretazione, com’è giusto che sia per la natura della storia. Chi apprezza Evangelion, lo fa anche per questo: ad ogni visione, apparirà sempre come qualcosa di nuovo.

Cosa rende allora difficile Evangelion? Secondo il mio modestissimo parere, a rendere complicata la trama sono i personaggi. Nella loro totale umanità e conseguente complessità. Non deve sorprendere dunque come, con simili premesse, anche seguire la storia possa risultare complicato: sono i personaggi stessi ad “ingarbugliarla”.

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I personaggi di Evangelion sono esseri umani  e, come tali, mai del tutto accessibili: su questo aspetto, del resto, si insiste per tutta la serie, sia richiamando concetti filosofici e psicoanalitici come il dilemma del porcospino, sia con specifiche affermazioni da parte dei personaggi stessi. Il primo centrale problema esistenziale consiste nelle relazioni umane; il secondo problema, il non poter sottrarci ad esse, proprio in quanto uomini. Lo stesso Hegel vedeva nel desiderio di riconoscimento (Die Begierde) la caratteristica esclusiva dell’uomo –e tappa fondamentale della sua fenomenologia-, e non a caso sarà siffatto desiderio a guidare costantemente le azioni del protagonista, il quattordicenne Shinji Ikari, il quale, accettando infine –ma non senza difficoltà- la sua umanità così intesa, sfuggirà all’atroce destino di non-umanità al quale invece si è condannato il padre per una semplice paura di vivere.

Già, perché, prima di tutto, Neon Genesis Evangelion è la storia di qualcosa che mai ci aspetteremmo dagli episodi iniziali: è una storia d’amore.
A questo punto è d’obbligo, però, chiarire in che senso si vuole parlare in tale sede di “amore”, al fine di non lasciare il tempo al lettore di ipotizzare né una sorta di animo sdolcinato da parte della sottoscritta né che Evangelion sia una di quelle commedie amorose, stucchevoli e stereotipate che NON mi piacciono.

L’amore, infatti, è da intendersi nel senso filosofico del termine e, precisamente, con quello stesso significato ravvisabile nel pensiero di Hegel (sì, di nuovo lui!): come osservato da Jean Hyppolite nella sua analisi della Fenomenologia dello Spirito, infatti, con il passaggio dialettico dalla coscienza all’autocoscienza ha inizio un incontro tra il Particolare e l’Universale che ci accompagnerà alla scoperta del concetto, il quale racchiude in sé siffatto incontro, appunto. E, badate bene, di “incontro” deve parlarsi, mai di “lotta”, a meno che non la si intenda come un mantenimento del proprio Io nella scoperta dell’Altro, nel quale ci si ri-afferma superandosi ma mai disperdendosi: il concetto «è l’amore, il quale presuppone una dualità per superarla incessantemente» [Genesi e struttura della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, Bompiani 2005]. Ebbene, la mia sarà forse una deformazione professionale, ma in una frase simile non posso che ritrovare tutto il senso di Evangelion: esso è la storia dell’amore, ossia una ricerca della propria identità e del proprio significato esistenziale nell’incontro con gli altri, senza però mai annullarsi durante il processo.

Non storcete dunque il naso dinnanzi alla parola “amore”, poiché non c’è nulla della banalità cinematografica spesso e volentieri ad esso associata: Evangelion parla della vita, e la vita è possibile solo tramite le relazioni; le relazioni, che vi piaccia o no, includono sempre una percentuale di amore, inteso come sopra, senza necessariamente ulteriori connotazioni.

Neon Genesis Evangelion è infatti, innanzitutto e prima di ogni cosa, la storia dell’amore tra i genitori di Shinji, sentimento senza il quale il padre, Gendo, si rifiuta di vivere, cosa che farà in seguito alla morte della moglie Yui, privandosi addirittura di amare il suo unico figlio; è la storia dell’amore-odio che, di conseguenza, Shinji nutre nei confronti di suo padre, del quale comunque sente una necessità di stampo affettivo che ricercherà fino alla fine, ma è anche la storia d’amore tra il ragazzo e la madre Yui, altrettanto centrale ai fini della trama (della quale non intendo, come detto, dare in questa sede nessun ulteriore dettaglio); è la storia dell’amore che lega gli altri personaggi, ciascuno con il proprio vissuto e le proprie reazioni al proprio trauma che segnano l’andamento della storia, come nel caso del legame tra Shinji e la sua coetanea Asuka, le cui esistenze si intrecciano con scontri e profondi legami di sfondo sessuale che non possono che lasciare più di una cicatrice. Potrei andare avanti ancora per molto, parlando di Ritsuko Akagi e del legame morboso/ossessivo con la propria madre, o di Misato Katsuragi e del conflittuale rapporto con il padre le cui ripercussioni saranno evidenti nella sua vita sentimentale, oppure di Rei Ayanami e della sua letterale ricerca del significato dell’essere in generale, e così via fino ad incontrare Kaworu Nagisa che farà dell’amore il fondamento stesso della vita fino a conseguenze estreme di cui comunque mai si pentirà.
Tutti i personaggi sono meravigliosi: vi invito calorosamente a scoprirli ed a scoprirvi, magari con la dovuta seppure inconscia empatia, poiché personaggi simili parlano allo spettatore, costantemente. Tutto Evangelion, in tale senso, è costruito su un continuo dialogo, diretto sia a noi, sia ai protagonisti stessi, i quali possono decidere, quindi, di aprirsi alla propria umanità e dunque alla realtà accettandone i rischi o di chiudersi a riccio… il dilemma del porcospino, appunto.

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Love is destructive è il titolo del film-finale della serie: non è forse il perfetto riassunto di quanto appena detto? Non è forse una dichiarazione finale della necessità di quei legami che sono tanto vitali quanto carichi di potenziale dolore? Alla fine il protagonista, come già accennato, deciderà comunque di andare incontro proprio a quello stesso amore che lo stava portando alla disperazione, in quanto deciderà di vivere, anche se la vita non scorre in nome della sola quiete e felicità. Eppure è con la vita che l’uomo deve fare i conti, infine… ed il modo in cui la nostra storia andrà avanti è il risultato delle personali scelte: come non ci si può sottrarre all’esistenza, del resto, non ci si può sottrarre alla scelta.

Ecco perché adoro, in conclusione, Neon Genesis Evangelion, perché non è altro che una domanda, anzi, LA domanda: deciderai di vivere, oppure no? In qualità di essere umani, è doveroso da parte nostra, almeno, rispondere.

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